Holographic Assemblage
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  54° BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA Padiglione Italia – Tese delle Vergini all’Arsenale Dora Tass / Perturbing Objects – Hologram assemblage       Oggetti perturbanti      Enrica Torelli Landini   Un imprevedibile spirito sacrale mi hanno da subito ispirato queste immagini, nate grazie ad un esperimento apparentemente tecnico affidato alla proiezione molecolare. Se al sacro, al santo, al divino è legato il tema dell’apparizione, dell’epifania, non è insensato scorgere nelle improvvise visioni che l’occhio incontra (capta) di fronte alle lastre in plexiglas - a secondo del punto di vista, a secondo della posizione della fonte luminosa - un’epifania che le sottrae al tecnicismo, rendendo le sequenze di questi oggetti virtuali – il telefono, il tape recorder, la macchina da scrivere – una sorta di teoria di santi o di profeti. All’inconsistenza dell’oggetto si aggiunge l’elemento circolare onnipresente ed il circolo della luce che domina dall’alto la ‘cosa’, l’oggetto. La tastiera della macchina da scrivere, o le bobine della vecchia telecamera, se da un lato ricordano in quanto oggetti vaghe ascendenze duchampiane, dall’altro impongono alla visione un gioco liberatorio del pensiero. Insomma il ready-made duchampiano, sostanziato dalla sfera dell’esperienza mistica, diviene un vero gioco sui prodigi, un anti-ready-made. Inoltre l’oggetto virtuale si completa quasi sempre con un oggetto concreto (la cornetta reale vicino al telefono virtuale). Questo fa sì che nello stesso luogo, spazio e tempo si percepisca contemporaneamente il reale e il virtuale, la tecnica e l’esperienza mistica: mondi inconciliabili che entrano così non tanto in dialogo quanto in ‘frizione’ fra loro. L’assurdità di questo ‘assemblaggio’ di sensazioni disparate e distanti intensifica le facoltà visionarie. Afferrare due realtà distinte ha dunque lo scopo di ottenere una ‘scintilla’ dal loro accostamento e - privandoci di un sistema di referenza - di spaesarci. Con questo esperimento sulla visione è come se l’artista cercasse la collaborazione al di fuori di sé, per andare incontro ad un ‘nuovo ignoto’, conferendo alla sua ricerca sulla proiezione molecolare uno straordinario potere di suggestione. Il gioco sul buio (la tavola nera di supporto), illuminato dal lampo di luce abilmente orchestrato rende gli objets simili a misteriose apparizioni, a una successione allucinante di immagini contraddittorie. Se di uno sfioramento surreale (o surrealista) si può parlare nel modo in cui sono presentati gli ologrammi, questo è maggiormente ravvisabile in quella ‘surrealtà’ faticosamente portata avanti da Georges Bataille sui fogli di ««Documents» con gli accostamenti triviali delle sue fotografie (documenti, appunto) che mettono a nudo uno scarto tra realtà e immaginario, tra realtà e simulazione, grazie alla provocazione di un corto circuito, di una paradossale quanto imprevedibile rete di rapporti che ha fatto affermare a una certa critica che la rilettura di «Documents» può presentarsi oggi come un autentico momento chiave del pensiero moderno sull’immagine. Ecco in questo senso, l’aspetto effimero, temporaneo, provvisorio delle lastre ologrammate di Dora Tass pongono una riflessione non sul ‘divino’ in quanto tale, ma piuttosto su un nuovo, libero modo di pensare le immagini. In questo senso l’artista-creatore fa opera di conoscenza, forse scoprendo in questi oggetti proprietà latenti che altrimenti non potevano essere percepite; esattamente come fa il poeta ogni volta che si serve di una parola in modo inconsueto. La qualità eminentemente mentale, analitica e critica del lavoro, si distacca anche dalla ‘corposità scomposta’ degli esperimenti di Bataille sull’immagine, provocando tuttavia un risultato per certi versi simile.    ENGLISH VERSION   These images, born of a semingly technical experiment in molecular projection, immediately awakened in me an unanticipated sense of the sacred. If the concept of the apparition, the epiphany, is joined with the sacred, the holy, the divine, it is not unreasonable to think that, when the eye meets (or catches) the unexpected visions of the Plexiglas plates, you could glimpse, according to your point of view and the position of the source of light, an epiphany, drawing attention away from the work’s technical nature and making the sequence of these virtual objects – the telephone, the tape recorder, the typewriter – a sort of theory of saints or prophets. The omnipresent circle as well as the circle of light dominating the “thing”, the object, from above add to its immaterial nature. If, as objects, the typewriter keyboard or the reels of the old-fashioned video camera appear vaguely Duchampian on the one hand, on the other, they engage the eye in a game that liberates the mind. Thus, the Duchampian readymades, given substance by the realm of mystical experience, become a true play on prodigy, the antithesis of readymade. Moreover, the virtual object is almost always made complete by a concrete object (a real receiver alongside a virtual telephone), making it possible to perceive, in the same place, space and time, simultaneously the real and the virtual, technique and mystical experience: irreconcilable worlds that do not so much create dialogue as friction with each other. The absurdity of this “assemblage” of disparate and distant impressions intensifies the faculty of vision. So, the purpose of bringing together these two distinct realities is to obtain a “spark” and - by depriving us of a system of reference – make us feel lost. In this visual experiment, it is as if the artist is seeking collaboration outside herself, in order to move toward to a “new unknown”, giving her study of molecular projection an extraordinary power of suggestion. The play on darkness (the black supporting board), illuminated by a well-orchestrated source of light, makes the objets look like mysterious apparitions, a shocking series of contradictory images. If the presentation of the holograms seems to verge on the surreal (or surrealist), this is even more apparent in that “surreality” laboriously brought forth by Georges Bataille in “Documents” through the coarse juxtaposition of his photographs (documents, precisely), exposing the gap between reality and the imaginary, between reality and simulation, thanks to a short circuit, a paradoxical and unexpected network of relationships that has led some critics to declare that the rereading of “Documents” may be seen today as a true key moment in modern thought on images. This is how the ephemeral, temporary, provisory character of Dora Tass’s holographic plates inspire reflection, not on the “divine” as such, but rather on a new, free way of thinking about images. In this way, the artist-creator generates works of consciousness, perhaps uncovering the underlying characteristics in these objects that would otherwise go overlooked. Just like the poet when he/she uses a word in an unconventional way. The extremely mental, analytical and critical quality of her work also distances it from the “disjointed anatomy” of Bataille’s experiments in images, though, it does create a similar outcome to some extent.  
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