"Perturbing Objects", exhibited at Bonhams "A Contemporary Edge", London 2014
 holographic emulsion laminated in glass 70x50cm  watch the Video of this work    https://vimeo.com/249387929
  Holographic emulsion laminated in glass, frame in iron. 95x80cm   Images pass over each other, as they are made of light, one receding and the other projecting out the glass plate.
 Holographic emulsion laminated in glass 70x60cm
 holographic emulsion laminated in glass 67x54cm.  watch the Video of this work    https://vimeo.com/148345625
 Images pass over each other, as they are made of light, one receding and the other projecting out the glass plate.
 Amy-d arte spazio, "Photonic truth" holographic light art. Milan 2016
  Arbitrarity and Ambivalence of Holography and Absent Objects   Jacqueline Ceresoli     Dora Tass whose line of work consists of experimenting with luminous plasma material in fascinating holographic techniques, realizes weightless and three-dimensional “sculptures”.   Her stratifications of luminous waves of pure photographic material, transparent like gelatin and of the most fluid colors, play tricks on the senses, destabilizing one’s perception. Each piece has different perspectives encrypted within it, which change based on where the viewer stands in relation to each piece. Her assemblages of liquid images hypnotize, they provoke visual and cognitive short-circuits and are estranging upon recognition of the depiction of their suggestive objects. Elements such as typewriters, cameras, lenses, glasses, manifestos, newspapers, letters, and words are all included and serve as a medium of communication, history, and identity. These vintage tools serve to preserve culture, removed from the oblivion of time; they are anthropological artifacts inscribed as memories, and thus, they become symbolic of what we were, passing from one tool to another in telling the story of Time.   Dora Tass, an anthropologist of an all-containing light, utilizes a holographic technique that records 3D light, aiming towards inference, the perceptive optical illusion that gives “body” not to the object in itself, but to its representation. They are artworks to see and not to recount that immobilize the representation of objects, which are like a sampling of cultural archeology; images sculpted of light, extended in time and space.  They seem ectoplasmic apparitions, fluctuating in liquid space, fluid, as agile as our thoughts. The artist lies out of necessity, she creates the artificial that fools our senses with digital “volumes” of fluid objects destined for the oblivion; she “paints” with photons of still life full of cultural significance that represent the semiotic and narrative structure of surfaces, that in the field of generative semiotics would have fascinated the likes of Julien Greimas, enchanted Magritte and Joseph Kosuth. In reality, what is revealed in her assemblages is not the absence of object-artifact in the transmission of culture as much as the recognition of a poetic potential of this holographic technique. The pictorial impact of the photon connotes a three-dimensional illusionary process, reconfiguring an “aesthetic” field, in all senses of the word, to one that engages our senses. They are dynamic projections that invite the observer to move around in order to wholly grasp the mutations of light, which seem to cut “volumes” into space.         L'arbitrarietà e ambivalenza dell'olografia di oggetti assenti Jacqueline Ceresoli          Questo progetto espositivo  comprende 5 assemblaggi olografici della serie di "Perturbing Obejcts", di Dora Tass, artista pendolare tra Roma e New Mexico, laureata in antropologia culturale, che dopo aver frequentato il corso di pittura all'Accademia di Belle Arti a Roma, dal 2006 folgorata dall'olografia, incomincia un percorso di ricerca dal 2012  condiviso  con August Muth (1955): pioniere dell ‘Holographic Light Art  nel suo laboratorio  " The Light Foundry" New Mexico, dove anche James Turrell realizza le sue opere. Dora Tass nell'ambito della sperimentazione di questa affascinante tecnica di riproduzione delle immagini di maggiore qualità rispetto alla fotografia, che prevede l'utilizzo della luce laser, è stata inventata nel 1971 da Dennis Gabor (scienziato ungherese che ha vinto il premio Nobel della fisica con l'olografia), plasma materia luminosa, cattura "sculture" impalpabili d'effetto tridimensionale. Le sue stratificazioni di onde luminose di pura materia fotonica, trasparente come una gelatina, dai colori fluidi giocano sull'inganno dei sensi, destabilizzano la percezione, includono prospettive diverse e tutto dipende da quale punto si guardano le sue opere. Ipnotizzano i suoi assemblaggi d'immagini liquide, che provocano corti circuiti visivi e cognitivi, stranianti   in cui si riconoscono immagini di oggetti significativi, come gli elementi della macchina per scrivere, macchine fotografiche, lenti, occhiali, manifesti, quotidiani, lettere e parole: medium della comunicazione, storia e identità. Questi strumenti vintage della trasmissione della cultura, rimossi dall'oblio del tempo, sono reperti antropologici inscritti nella memoria, diventano segni di ciò che siamo stati passando dagli strumenti che raccontano il Tempo.  Dora Tass, antropologa della luce che contiene il tutto, con la tecnica olografica di registrazione della luce 3D, punta sull'interferenza, l'inganno ottico percettivo dando "corpo" non all'oggetto in sé, ma alla sua rappresentazione. Sono opere da vedere e non da raccontare, che immobilizzano la rappresentazione di oggetti di un campionario di archeologia culturale, immagini scolpite con la luce, dilatate nel tempo e nello spazio. Sembrano apparizioni ectoplasmatiche, fluttuanti in uno spazio liquido, fluido, mobile come è il nostro pensiero. L'artista mente per necessità, crea l'artificiale inganna i nostri sensi con "volumi" digitali di oggetti fluidi destinati all’oblio, "dipinge" con fotoni nature morte cariche di valori culturali rappresenta strutture semio-narrative di superficie che nell'ambito di una semiotica generativa avrebbero affascinato Julien Greimas e incantato Magritte e Joseph Kosuth. In realtà quello che viene rivelato nei suoi assemblaggi non è l'assenza dell'oggetto-reperto della trasmissione della cultura, quanto il riconoscimento di un potenziale poetico della tecnica olografica, il grado d'impatto pittorico del fotone che implica un processo tridimensionale illusionistico, ridisegnando un campo "estetico" in senso completo, che coinvolge i nostri sensi. Sono proiezioni dinamiche che spingono l'osservatore a muoversi per cogliere mutazioni di luce che sembrano ritagliare "volumi" nello spazio. Completano la riflessione sull'arbitrarietà e ambivalenza dell'olografia due opere di August Muth, dal titolo Cosmos e Zero: forme geometriche minimaliste, luminose in bilico tra materiale e digitale, rappresentazione e narrazione di varie sfumature luminescenti, stranianti.
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